L' AVANA: NOVEMBRE 2005
L'ALTRO RESOCONTO
di Dario Nulli
Prologo.
L'Avana sta diventando pericolosa, eccome, però forse
esiste un nume tutelare delle vacanze se sono uscito vivo
dalla mia "camminata" notturna attraverso l'Avana Vecchia.
Un Candido Intruso! A causa di una serie
di circostanze la cui concomitanza ha fatto sì che
l'ago del mio personale barometro quella sera fosse tutto
puntato su "Sfiga Nera", mi sono ritrovato paracadutato in
pieno Bronx a piedi, senza un soldo in tasca e, ciò che
più è grave, visibilmente (molto visibilmente)
travestito da "Italiano-fighetto-in-Vacanza-ai-Caraibi".
Ho scarsa propensione al protagonismo, quindi immaginate
che sgradevole sensazione la fioca luce dei lampioni habaneri
riflessa, anzi, moltiplicata dalla mia camicia immacolata!
Anche le scarpe non mi aiutavano certo, visto che da noi
abbiamo la deprecabile abitudine di fare le suole con lo
stesso materiale di cui sono fatte le nacchere. Clop! Clop!
Clop! La mia galoppata notturna era scandita così.
Un "lento" (vedere le ultime 20 finali olimpiche sui cento
piani) uomo bianco, scintillante nella sua candida camicina
dal valore equivalente a dieci stipendi medi cubani, che
galoppava nella notte. Uno nudo, cosparso di melassa e ricoperto
di piume al funerale di un boss della 'ndrangheta sarebbe
passato più inosservato. Ecco! E camminando pensavo: "ora
mi beccano, mi beccano, mi tirano dentro un portone e mi
danno un sacco di botte, e quando si accorgono che non ho
nemmeno un soldo mi levano anche la verginità". E
dire che avevo deciso di conservare intatto il retrobottega
per quando, anziano e con i percorsi ormonali sovvertiti
dal climaterio, avessi conosciuto il "vero amore"!
Per fortuna la variegata umanità che via via incontravo
aveva altro a cui pensare che a quello strano gattaccio europeo
che vagabondava in territorio nemico. Come la coppia di negri
che ho intervistato per chiedere la strada. Padre e madre
di famiglia alle tre di notte, con tanto di figlioletti per
mano, con le pupille roteanti, completamente frastornati
dall'acquavite, mi hanno gentilmente detto di proseguire.
Francamente sto ancora chiedendomi come abbiano capito la
mia "pregunta", per metà a gesti e per l'altra metà in
dialetto veneto. Ma mi chiedo anche come io abbia capito
loro, visto che all'hombre quasi gli cadeva la dentiera.
O come gli strani UFO del Barrio dei travestiti. Io passavo
e loro . come fossi invisibile. Intanto professavano vicendevolmente,
da un portone ad un altro, quella piccola litigiosità querula
propria delle checche. E pensavo ancora: "ora mi vedono e
mi danno una mano di bianco".
Beh, però ho visto per una volta l'Habana verace,
piena di umanità brulicante, dedita ad una sano fare
un cacchio, con i suoi scheletrici "perritos", scalcagnati
e pulciosi, con le sue case decrepite che sembrano crollare
da un momento all'altro ma per nulla desolanti, anzi la cui
vista ti scalda il "Corazon". Quella chiusa fuori dai ristorantini
tirati a lucido e dalle case dell'Habano, lontana mille anni
luce dalla Plaza della Catedral illuminata dal sole di mezzodì.
L'Avana sta diventando pericolosa,
e stressante. Quindi quest'anno non vi parlo dell'Avana,
anche perché il "Dopofestival" ha preso il sopravvento
sul Festival stesso. Perciò partiamo ... dall'inizio.
Si, l'inizio del centro abitato di Pinar del Rio. Pinar,
patria del tabacco come dio comanda. Affitto di un paio d'auto
e via. Che goduria Signori miei, CHE GODURIA!
Partenza.
Partiti finalmente! Malpensa 16 novembre
ore 10. Un aereo, uno dei tanti che ogni minuto inesorabilmente
si staccano dal varesotto suolo, decolla con a bordo merce
pregiata.. Dodici ore dopo atterra all'Avana e come gli altri
anni ... così avrebbe dovuto iniziare, tant'è vero
che l'avevo già scritto prima questo pezzo. E invece
... nebbione su Madrid, partenza alle 13:30, corsa a ostacoli
nel Barajas verso la coincidenza, che in tutti i 5000 metri
della sua lunghezza ha visto il seguente ordine d'arrivo:
1° il sottoscritto, da quel momento meglio noto come "Ultima
Chiamata", 2° il mitico Giorgio Bassan Presidente del
Club un po' affannato ma potenzialmente grande fondista,
3° Pablito Bassan "Amministratore Delegato" del Club,
ottimo sprinter (nei momenti di splendore si fuma un Sublimes
in meno di un'ora) ma pessimo sulla lunga distanza e ultimo,
decisamente affaticato, Enrico Rizzi, Baffo destro del Presidente,
noto tenutario della migliore reçevidorìa tabacalera
de Bresia, en Buergo Trento.
Pinar.
Ecco, come dicevo, la truppa ha salutato l'Avana (non prima
però di aver fatto visita agli amici della Casa del
Habano Partagas e pranzato con il nostro Orlando Quiroga)
e si è imbarcata su due macchine a noleggio alla volta
di Pinar del Rio. La dolce Pinar, città di frontiera
come nel Far West, case basse, polverosa, assolata, rumorosa,
composta di cittadini un po' schivi, quasi dei valligiani.
Non i disperati succhiasangue dell'Avana, ma gente educata
che ancora ti guarda incuriosita perché vieni da Marte,
piuttosto che osservarti torva perché vorrebbe aspirarti
tutto ciò che hai nel portafogli. Poi lì mangi
con quindici dollari. Ah, dimenticavo, quindici dollari in
quattro.
Lì intorno ci sono le coltivazioni del tabacco buono
e tu lo percepisci. C'è la terra fertile, i Campesinos,
gli animali e poi c'è la vita a ritmi inusuali, che
nella frenetica Avana non hai certo potuto sperimentare.
Intorno la gente va ancora in giro sui carrettini, trainati
dai cavalli, come da noi ottant'anni fa. Quel bel terreno
marrone-rosso scuro lo si ara con i buoi. Perdonatemi lo
sfogo bucolico, ma a me queste cose, sigh, mi commuovono,
sob!
Entrati in città le sensazioni bucoliche svaniscono
come d'incanto e inizia l'avventura. Slalom tra bolidi anni
cinquanta, tenuti insieme col fil di ferro, che ti sfrecciano
ovunque come vespe impazzite, gli jineteros che ti affiancano
in bici pedalando come forsennati e vogliono a tutti i costi
indicarti una casa per dormire, in mezzo alla strada i carretti
tirati dai cavalli, infine devi schivare la pozzanghera di
acqua putrida prodotta dalla commistione tra la immancabile
scrosciata pomeridiana e l'unto naturale del suolo cittadino,
prodotto dell'aria densa di nafta proveniente dagli scarichi
delle auto ...
La Nube tossica. A proposito di scarichi,
e poi non ve le spappolo più, siete mai stati un solo
minuto dietro uno degli scassatissimi camion cubani, non
tutti esattamente catalizzati, magari su di una salita dove
non vi è possibile superare? Se sì, complimenti,
siete sopravvissuti ad una delle prove più tremende
cui può sottoporvi la Isla Grande. Beh, Pinar è una
città in salita, o in discesa. Come la vostra predisposizione
psicologica più ritiene. Se quando il "camione" scende
si scommette sulla tenuta dei freni, quando sale è tutto
un florilegio di sfumature solido-gassose, in forma di nube
tossica, che vanno dal grigio azzurrognolo del benzene al
nero peste di gigantesche nubi di particelle incombuste (carbonella?).
Robai-sta . Basta Avana e anche basta Robaina,
anche se è lì a due passi. Andare da lui poi
ti offre la scusa per attraversare zone che per un cultore
del Sigaro sono poesia pura, con campesinos all'opera, buoi
che tirano carretti e qui inizierebbe un'altra tirata commovente
ma ... basta, il grande vecchio del tabacco ha già troppi
visitatori ed una vita estremamente oberata. Può benissimo
fare a meno di noi. E probabilmente anche dei nostri soldi.
Noi che non abbiamo da render conto a nessuno, preferiamo
la Tia Hilda che racconta con grande senso dell'humor la
sua avventurosa esistenza.
La Tìa. George, Enrico ed il sottoscritto
siamo finiti in una casa coloniale con la imprenditoriale
e premurosa Gladys a prepararci colazione, da consumarsi
in pieno relax in mezzo a pappagalli, grasse inservienti
nere come l'ebano, profumi di frutta e caffè, "perri" di
ogni tipo (c'è anche un Sanbernardo! È proprio "avanti" la
Gladys!).
Invece Pablito ha ripercorso l'esperienza dello scorso glorioso
anno quando, assecondando la sua usuale vena di intrepido
pioniere si è stabilito in casa di certa Tia Hilda.
Tia Hilda, una sessantacinquenne vulcanica ex professora
universitaria, dotata di un sorriso modello tastiera di pianoforte
e di un simpatico profilo alla Dante Alighieri. Mai scelta
fu più azzeccata caro Pablo! Alla fine con una scusa
o con l'altra eravamo sempre lì. Non abbiamo mai riso
tanto. Tia Hilda al culmine di una evidente crisi isterico
dittatoriale mi ha pure detto che sono un "Animàl".
Lo spagnolo non lo conosco molto, ma il giorno dopo mi è stato
spiegato che in italiano "animàl" si può rendere
con una circonlocuzione tipo: "giovine a modo, con tanta
classe e dall'eloquio forbito". Grazie di esistere Tia, sei
nel mio cuore!!!
La Tia ha tanti pregi. Innanzitutto ha una casa accogliente,
e ti ospita volentieri (beh, pagando). E poi lì si
mangia bene.
Ricordo ancora l'anno passato quando è scattato l'invito
a cena per tutto il gruppo. Per l'occasione avevamo comperato
una tortazzona di crema, alla moda isolana, "pannosa", succulenta
e molto ma molto sostanziosa e, per soprammercato - crepi
l'avarizia - una trentina di dolcetti, i Capucinos. Temibili
funghetti delle fiabe intrisi di rum, come i babà.
Lo sforzo economico è esiguo per le nostre europee
tasche, a soffrire sarebbero stati casomai i nostri valori
sanguigni. Glicemia alle stelle, colesterolo alle stelle,
trigliceridi. Mai e poi mai avremmo potuto immaginare che
le "stelle" avrebbero giocato una parte così rilevante
nella nostra serata.
Puntuale come un esattore delle tasse alle sei del pomeriggio
sulla città è piombato l'"Apagon". Tutti al
buio. E purtroppo al buio sono rimaste anche le nostre cuoche.
L'avventurosa cottura del pesce al lume di candela, prima
di allora, era stata sperimentata solamente anni fa dall'Artusi
per poi non essere più ripetuta. Non so descrivervi
l'atmosfera straordinaria che ha visto coinvolte: aragostone "enchillade",
gente simpatica assortita, capucinos al rum, birra a fiumi,
racconti dei bei tempi che furono, facce distorte da gran
ridere nella stellata notte pinaregna. Ah.fermare il tempo!
Da incorniciare poi l'evaporazione dei dolciumi, in gran
parte avanzati e quindi finiti in frigo al termine della
cena, ma prodigiosamente uscitine già prima che facesse
mattino ad opera sicuramente di qualche entità immateriale
introdottasi nottetempo.
In realtà gli inquirenti sopettano che la Tia stessa,
strisciando con passo del leopardo fino al frigo, si sia
sbafata tutto nottetempo per poi, la mattina seguente, sfoderare
una patetica espressione stupita con occhio pallato e bocca
a tondo di Giotto.
Anche il cibo salato però aveva dato luogo a scenette
rimarchevoli. Con l'assistenza di un occultista, stiamo ancora
adesso cercando di svelare l'arcano di come il nipotino della
Tia abbia potuto far sparire due aragoste intere, per di
più "encillade". E nel giro di pochi secondi. Con
un prodigio collaterale l'Apprendista Stregone ha anche contemporaneamente
reso invisibili tre quarti dell'intero parco contorni. Non
ancora satollo, infine, Mr. Potter ha letteralmente fatto
evaporare sotto i nostri occhi due colossali fettone di torta
alla panna, che pare si aggirino ancora per l'alloggio di
Tia Hilda sotto forma di ectoplasma pannoso. Boh!
Francisco Donatièn. Credo che la
nipotina della Tia, Donna Marianella, ragazza di classe e
docente universitaria in Pinar, si sia recata alla fabbrica
di sigari almeno seimila volte per fissarci un appuntamento
con la Direttrice. Il Club si presenta lì alle 10
del mattino e c'era anche questa donnina con lo sguardo deciso,
peccato che forse non ci si è capiti, noi volevamo
farle un'intervista, Madame, con tutti i crismi. Invece lei
al solo pensiero di rilasciare dichiarazioni ufficiali è diventata
gommosa ed inafferrabile. No, nooo, è un compito per
il responsabile delle relazioni con la stampa. Assì?
Ma scusi non è la direttrice? E giù mezz'ora
per convincerla a parlarci. Ovviamente i Bassan da italiani
pratici ed abituati a risolvere i problemi ed anche i finti
problemi, alla fine hanno messo il tutto sotto forma di spensierata-chiacchierata.
Data alla situazione una forma compatibile con il suo ruolo,
la Direttrice si è un po' lasciata andare accettando
di parlare con la nostra delegazione. Credo che i risultati
di questa intervista e della conseguente visita alla fabbrica,
li leggerete vergati su un'altra pagina dal mio Presidente.
Io invece posso solo dire che non è stato questo il
primo contatto di Rizzi con la lenta burocrazia di fuori
Avana.
Le sette fatiche di Enrico. Sì neh,
se all'Avana ci sono operatori smagati, dai tassisti ai "mediatori
di paladar", e non stanno molto a formalizzarsi, abbàsta
che molli la grana, passaporti lo stretto indispensabile,
Franza o Spagna purché sse magna, qui in campagna,
molto ligi alle formalità, rinunciano anche a qualche
incasso. La sera prima per esempio, mandati a dormire tutti
quanti, io e Rizzi abbiamo cercato di finire serata in Disco.
L'unica disco della città, un postribolo tetro e raccapricciante,
circondato da una doppia fila di reticolati (probabilmente
elettrificati); all'entrata, rigorosamente chiusa con lucchetto,
il più imprenditoriale del nugolo di negri in attesa
di non si sa cosa, nella vana speranza di ottenere una mancia,
ci dice che per il biglietto dobbiamo rivolgerci . là ...
ah, sembrava lo spogliatoio. Però! Anche quello protetto
da sbarre metalliche! Deve proprio essere un posticino tranquillo,
eh? E intanto cercavo di immaginare quel che passava nella
testa di Rizzi, per niente avvezzo a situazioni di questo
tipo, e mi veniva da sorridere.
Ci avviciniamo allo sportellino. L'uomo dietro la grata
sembra il Re degli zingari. Non perché sia coperto
di ori o sia sceso da una Mercedes, ma perché sembra
un Rumeno, di quelli che ti rubano la radio nel parcheggio,
scuro di pelle, sudato e scortesissimo. Grazie all'inferriata
(una funzione allora c'è) non mi è riuscito
di constatare se si fosse lavato almeno una volta in vita
sua. Pazienza questa informazione ve la risparmio. Chiedo
se si può entrare. Il principe Rom, scoglionatissimo,
con i suoi occhietti da sorcio mi guarda come si guarda un
ragno peloso sulla parete del bagno nella serata più afosa
del secolo. "Passaporto" - mormora con la voce di De Niro
ne Il Padrino. Gli rispondo che il passaporto proprio non
ce l'abbiamo, però ci abbiamo i tre dollari. "Allora
non si può entrare" - dice senza cambiare l'espressione
schifata. Da dentro l'infernale buco si levano le trucide
note di un becero Reghettòn. - "Ma possiamo dare la
carta di identità" - il nomade non batte ciglio. La
trattativa passa in rapida sequenza a patente di guida, tessera
a punti della Coop, buoni premio del benzinaio. Niente da
fare. Comunque capisco tutto. Deve essere proprio frustrante
lavorare lì in quello sgabbiotto. Tanto da farti assumere
la faccia idiota di chi ha disgusto per l'esistenza intera.
Una vita sprecata dietro la grata.
Per me la cosa era chiusa lì. Conoscendo la stranezza
delle regole locali ... Certo alcune volte hai il sospetto
che siano inventate di sana pianta dallo sfigato di turno
che ti mette in difficoltà per rimarcare che sta esercitando
potere (anche se, purtroppo per lui, è una fettina
di micropotere). Tutto il mondo è paese. Noi abbiamo
i vigili, loro hanno i richieditori di passaporto. Rizzi
invece, mi giro e lo vedo che mi fissa con gli occhi grandissimi
e le sopracciglia alzate, completamente esterefatto. Ma non
per la delusione, nooo, non ci teneva affatto a finire la
serata in quella fogna e poi aveva sonno. Il buon Rizzi non
sapeva capacitarsi di come fosse possibile tutto questo.
Il passaporto, il lucchetto, la doppia fila di reti, i negri
in coda fuori senza alcuna speranza di entrare, il subumano
alla biglietteria, la grata. E poi, scandendo bene l'ultima
parola, trova la forza di sussurrarmi "Ma questi sono matti!".
Il Modulo Blu. Ed è lì che
abbiamo coniato il modulo blu. È un modulo che si
usa solo a Cuba e serve al turista ad aggirare la burocrazia.
Quando un funzionario, un guardiano, un lacché, un
pirla che deve giustificare a sé stesso la propria
esistenza, ti chiede di dimostrargli che l'acqua è asciutta,
estrai il modulo blu, lo compili, lo consegni all'integerrimo
scassamaroni e . hai immediatamente diritto ad un altro modulo,
quello rosso. E così via. È una maniera alternativa
e divertente di passare le vacanze! E serve a capire che
al rientro, tra le scartoffie della tua scrivania o nel traffico
cittadino, non starai poi così male.
La Casita della Cosita. Un altro posto
notevole nei nostri cuori lo occupa la "Casona", ristorante
statale dove per veramente pochi soldi risolvi egregiamente
il problema della cena. È stato lì che, in
preda ad un afflato organizzativo-affaristico, il nostro
gruppo ha confezionato il progetto del locale "Cubano" ideale: "la
Casìta della Cosìta" (marchio registrato).
Ci sarà un piano in cui fumare un buon sigaro in santa
pace, uno in cui assaporare il gusto della cucina Criolla
ed uno per gli amanti della "cosita". Do atto che da noi
la "cosita" è un concetto semiastratto ed inafferrabile,
per cui bisogna srotolare kilometrici estratti conto o almeno
presentarsi alla guida di un'astronave, ma alla Casita il
materiale sarà piuttosto diffuso e ben rappresentato,
anche nella sua fisicità.
Però la cena ideale a Pinar la fai al Paladar El
Mesòn; grandioso maiale hasado e prezzi contenuti
(almeno spero per Pablo, visto che ha pagato lui). D'altri
tempi l'ingenuità e l'approssimazione che fanno si
che non si possa avere un caffè né un dolce
di qualche tipo. O forse era una manovra di Pablo per non
pagarci l'affogato al tartufo?
Cienfuègos. Ovviamente la Tia non
ha monopolizzato le nostre vacanze. Quindi ci siamo mossi,
grazie alla nostra intrepida Fabietta Stescionvegon, e ci
siamo caracollati con calma olimpica negli agresti dintorni
di Vinales e poi giù fino a Cienfuegos. Stupenda cittadina
sul mar dei Caraibi fondata dai francesi, per qualche giorno
di relax totalissimo.
Locali di una certa classe, in cui si mangia benissimo,
in riva al mare e, finalmente, si fuma in santa pace tutti
i sigari che vuoi, grazie anche alla provvidenziale vaporizzazione
della cubana legge anti-fumo, entrata in vigore alcuni mesi
fa e repentinamente accantonata, a quanto è dato capire,
per la sua "inapplicabilità"!
Fundadores, il Sigaro Ideale? A proposito
di fumo, ma non è che ce ne siamo scordati? Per carità!
E, una pregunta hermano, cosa di grazia avrebbero fumato
'sti quattro desperados membri di un Club di Fumatori di
Puros? Sicuramente qualcosa alla moda, che so, il P2 o il
D4 riserva o il Sublime. No! Abbiamo scoperto il Trinidad
(beh magari io l'ho scoperto, perché i miei compari
erano già informati da un pezzo). In particolare il
Fundadore. Questi Fundadores sono dei Laguitos lunghi-lunghi
e stretti-stretti che non ricordano in niente i cannoni oggi
di moda. E a parte una certa "freschezza" (il mio Pres. ammonisce
che abbisognano di un invecchiamento prolungato) sono notevoli.
Qualche obiezione? E va bene, lo ammetto, in questa vacanza
mi sono scoperto un patetico demodè. Pur non sopportandone
le conseguenze, una sottile perversione mi spinge ogni volta
ad ignorare le indicazioni degli "opinion leaders". Poi me
ne pento, ma oramai i buoi sono fuori dalla stalla.
Mi riferisco in particolare all'indecente morbosità di
godermi dimenticate panetelas e banali coronas, al giorno
d'oggi decisamente politically "s-correct". In effetti l'"Arbiter
Elegantiarum" consiglierebbe il sublime "Sublimes" di Cohiba,
un sigaro eccellente, ma di dimensioni tali da dover esser
impugnato a due mani.
La tendenza purtroppo è questa. Prima di fumare ormai è meglio
consultare un reparto di chirurgia maxillo-facciale. Già si
mormora che alcune marche, per rintuzzare la concorrenza
Cohiba, abbiano in cantiere formati di almeno 80 cm x 32
di diametro, da denominarsi, pare, "Impressionantes", "Furibondos" o
anche "Dos Dias", con evidente riferimento al tempo necessario
per farne fuori uno.
Secondo indiscrezioni di corridoio, in Partagas starebbero
pensando al "Teofilo Stevenson", un potente sigarazzo progettato
per rivoltarsi contro il fumatore disattento, sferrandogli,
all'occorrenza, un possente gancio destro. Avrà un
bracere di 2 metri e mezzo e sarà corredato di sostegno
treppiedi venduto a parte.
La notizia ha, tra l'altro, provocato una colossale rissa,
scomuniche e sacrifici umani sul sito CCA. I sostenitori
della tesi che anziché un treppiedi sarebbe stato
meglio un ottoppiedi telescopico si sono scontrati all'arma
bianca con quelli fermamente convinti che il "Raccapricciantes" di
Partagas lascerà al fumatore un leggero retrogusto
di pollo alla cacciatora. Una baraonda!
Per noi è troppo. Il mondo del sigaro diventa sempre
più frenetico. Così abbiamo optato per una
vacanza anticonformista. Mentre gli altri turisti (i pochi
ormai rimasti) entravano nelle Case del Habano della Capitale
e le svaligiano (si fa per dire, coi prezzi che hanno messo)
di tutto ciò che sta sopra "cepo" 42, il nostro gruppo
più tranquillamente, conscio che, anche dopo la razzia
di un centinaio di "infoiatos", troveremmo ciò che
cerchiamo, si aggirava senza grandi patemi tra gli "walk
in humidores" alla ricerca di pezzi buoni e un po' inconsueti.
Ah, dopo aver parlato di sigari e relative marche per più di
tre righe, temo che la legge antifumo mi ingiunga di avvertirvi
che fumare provoca il beri-beri, prosciuga il conto corrente
e fa dolere i calli. Non ne sono sicuro ma meglio mettere
le mani avanti. E immaginatevi per favore anche una lugubre
cornice nera attorno a questo pensiero.
Il Nicho. Non penserete mica che Cuba sia
ormai solo mare e fumo, vero? Il Nicho, parco naturale nell'interno
dell'Isla. Incantevole. Clima tropicale, atmosfere distanti.
Ovunque cascatelle d'acqua gelida immerse nella lussureggiante
vegetazione. Un posto che ti strega. Ed una pace che ti avvicina
al divino. Solo lo scroscio dell'acqua e la voce melodiosa
di decine di uccelli tropicali, laghetti limpidi.
Però questo paradiso lo paghi. Eccome se lo paghi.
Per arrivare al Nicho bisogna, prima, sorbirsi un bel po'
di strada "normale" (se così si può dire con
tutte le buche in agguato), poi un sette/otto chilometri
di strada al limite delle possibilità degli ammortizzatori
della nostra Fabietta che però, alla fine, sbuffando
e lamentandosi, ci ha portato alla meta. E poi paghi 5 pesos
convertibili. Come ha detto un turista davanti a noi alla
implacabile esattrice: "Lo stipendio di un operaio?! e per
farsi una camminata tra i boschi?!" Anche qui per poter avere
il raro privilegio di pagare abbiamo dovuto prima estrarre
i documenti d'identità e attendere che tutti i nostri
dati venissero trascritti su di un registro dall'inesorabile
mastina. Eh sì da noi ci sono le ferrovie dello stato,
loro hanno gli sgabbiotti con dentro i registri.
Cayo Vattelapesca (Jutias). Questo mi
fa venire in mente un episodio. Non c'entra niente perché è accaduto
nel 2003, ma è indicativo. Dopo 150 Km in macchina
Giorgio Bassan ed io arriviamo in un posto di cui neppure
ricordo il nome, una specie di ex isola, ora collegata alla
terraferma da uno strettissimo istmo artificiale. In quel
posto deve arrivare una macchina ogni dieci giorni. Prima
che inizi l'istmo si materializza un casottino con una sbarra.
Da lì spunta fuori un omino. Ci fermiamo. L'omino
ci chiede tutti i documenti possibili, poi pretende tutti
i dati rilevanti, trascrivendo infine su di un registrone
bollatissimo: modello e targa della macchina (chinandosi
personalmente davanti al mezzo), numero di passaporto, cittadinanza,
contratto di noleggio, data di nascita, colore dei capelli,
parrucchiere ufficiale, il mio colesterolo (saputo il quale
ha anche avviato delle personali indagini), nome di battesimo
della zia Virginia, traduzione della parola "spappolacocomeri".
Poi per cinque dollari (ecco, ancora il privilegio di pagare)
ci da due biglietti, del cui numero di serie e colore prende
rigorosamente nota. Infine solleva la sbarra e si rimette
in agguato nel suo casottino sperso nella giungla. Abbiamo
riso per due ore. Chiusa parentesi.
Gli avvoltoi. Ovviamente alla fine ci siamo
tutti addormentati sull'erba del Nicho, accanto al fiume
scrosciante. Vuoi il rumore delle cascate, vuoi lo stormire
delle fronde, vuoi il fuso orario ancora nel sangue ... polleggiata
collettiva. Però dopo un paio d'ore, accortomi che
gli avvoltoi avevano preso decisamente di mira la carcassa
ronfante di Rizzi e giravano sempre più bassi sopra
di lui, ho suonato la sveglia e siamo tornati. Che posto
ragazzi! E che avvoltoi!
A proposito di rapaci. Deciso a comperare una scatolina
di Quai D'Orsai Imperiales, sono tra i miei preferiti e non
si trovano in Italia, entro in una Casa del Habano e il prezzo
già mi frastorna: 270 dollari. "Va bene - dico - la
compro ugualmente". Faccio per pagare e la direttora del
negozio mi fa un conto di più di 300 dollari. "Perché?" eh,
perché c'è l'otto per cento sul cambio dei
dollari e non so cos'altro. Una tassa, così, per invogliare
il turista al consumo. Però, ehi, me li sono presi
lo stesso. Una piccola follia che spero mi dia momenti di
grande gioia tra un cinque sei anni (sempre secondo categoriche
disposizioni del mio Prez).
Però sto otto per cento rompe le palle. Se non ci
vogliono non fanno che dircelo. Strano il concetto economico
di turista che hanno i cubani . Lo stiracchi, lo spremi,
lo maltratti, lo derubi, lo ricatti e lui dovrebbe essere
disponibile a spendere qualsiasi cifra restando insensibile
alle comuni leggi della domanda e dell'offerta. Una cuccagna.
Tu ti attacchi ad un turista e lui dissemina dollari sul
suo percorso. 10 o 30 fa lo stesso. E non si esauriscono
mai, secondo la leggenda che a casa ce ne ha frutteti interi.
E poi torna sempre, oh no? . boh!
Ma los Cincos o los Nueves o los Quatros, che è poi
lo stesso, Volveràn o non Volveràn? Quièn
sabe! Per scaramanzia "Hasta la Vista, Siempre!"
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